Già Italo Calvino, nelle sue “Città invisibili”, scriveva di una città distopica: “La città di Leonia rifà sé stessa tutti i giorni: ogni mattina la popolazione si risveglia tra lenzuola fresche, si lava con saponette appena sgusciate dall’involucro, indossa vestaglie nuove fiammanti. […] Più l’arte di Leonia eccelle nel fabbricare nuovi materiali, più la spazzatura migliora la sua sostanza, resiste al tempo, alle intemperie, a fermentazioni e combustioni.” [1]

Viene così ritratto un modello di città basato su uno sviluppo estensivo, su un’economia che prosciuga le risorse come se, una volta esaurite, ci si potesse spostare un po’ più in là ed estrarne di nuove.

I rifiuti sono la prova più evidente che la nostra economia non è circolare ma lineare: entrano materie prime, escono rifiuti. [2]

Estendendo il punto di vista sino al campo dell’architettura, il tema della linearità diventa evidente sin dalla programmazione: il cronoprogramma di un intervento edilizio si basa su una linea retta in cui vengono scandite le diverse fasi, dalla progettazione alla realizzazione. Ecco che qui deve intervenire il vero cambiamento: la linea retta deve chiudersi sino a diventare un cerchio, il punto di arrivo deve essere una nuova partenza

Riuso e rigenerazione tra arte e architettura

Il concetto del ri-utilizzo dei materiali da costruzione già impiegati in opere esistenti non è nuovo, basti pensare alle modalità di approvvigionamento dei romani: la pratica di sottrazione di materia e di elementi di valore dal costruito esistente era talmente diffusa che i legislatori del tempo dovettero legiferare in proposito. I materiali recuperati erano tra i più svariati, dalle tegole agli apparati decorativi come marmi e colonne.[3]

Ampliando lo sguardo sino al mondo dell’arte, troviamo diversi esempi stilistici di avanguardie artistiche fondati sul concetto di sottrazione di materiali: dai collages di Georges Braque al processo inverso di decollage che contraddistingue, ad esempio, le opere di Mimmo Rotella, che ricompone sulla tela frammenti di manifesti pubblicitari strappati per strada, tecnica che poi sfocerà ulteriormente nell’assemblage (oggetti di riuso come tappi e frammenti di corde che vengono inseriti nelle sue opere).

Negli ultimi anni, le interpretazioni artistiche che utilizzano materiali di scarto assumono le caratteristiche di denunce politiche e sociali come gli artisti Tim Noble e Sue Webster: essi giocano sull’ambiguità della percezione delle immagini, utilizzando ammassi informi di spazzatura che, opportunamente illuminati, rivelano forme nascoste. [4]

Per poter attuare una demolizione selettiva e riutilizzare la materia, è necessaria un’accurata conoscenza dell’oggetto edilizio su cui si sta intervenendo, dei suoi componenti e delle caratteristiche prestazionali dei vari elementi.

Le procedure di smontaggio e selezione dei materiali potranno avere diversi livelli di riuso, che vanno dal semplice riutilizzo dei detriti (downcycling), al recupero di elementi finiti con funzione strutturale (come legno, acciaio, cls prefabbricato, ecc.), agli elementi di finitura (come controsoffitti, isolanti, ecc.), utilizzando le prestazioni residue degli elementi (upcycling). Secondo quest’ultimo approccio, si rintracciano nei materiali di scarto e nei rifiuti nuove potenzialità espressive e costruttive, attraverso una re-interpretazione. [4]

Esempi di upcycling: componenti aeronautici utilizzati per attrezzare luoghi pubblici. Rotterdam, Superuse Studios


Remida, il centro di riciclaggio creativo

Il progetto Remida nasce come percorso verso una nuova educazione ambientale, venuto alla luce nel 1996 dalla collaborazione tra Iren e Istituzione Scuole e Nidi d’Infanzia.

Il ruolo di Iren è quello di recettore e raccoglitore di materiale nuovo, pre-consumo, ma privo di valore commerciale. Basti pensare ai materiali residui e ai ritagli che emergono fisiologicamente durante il processo di produzione oppure i materiali fallati, i fondi di magazzino, il materiale invenduto. Il ruolo di Remida è quello di valorizzare l’imperfetto, di trasformare lo scarto ribaltandone la percezione, promuovendo l’idea che lo scarto, l’imperfetto, sia portatore di un messaggio etico, capace di sollecitare riflessioni, proporsi come risorsa educativa, sfuggendo così alla definizione di inutile e di rifiuto. [5]

Per farlo, è necessario uno strumento fondamentale: la creatività. È necessario cambiare il proprio punto di vista, modificare lo sguardo e allenarlo a vedere ciò che, ad una prima occhiata, è difficile scorgere. [6]

Remida oggi si espande e amplia il suo sguardo sino alla scala urbana: per dare spazio alla creatività, dal prossimo autunno trasferirà le sue attività in un luogo che fu falegnameria delle Officine Meccaniche Reggiane, poi mangimificio. Questo spazio, trasformato e re-interpretato, diventerà uno spazio dedicato a ricerca, educazione e sostenibilità, in dialogo con il quartiere, la città e le comunità del mondo.  In questo grande spazio carico di storia ma contemporaneo, Remida ambienterà la propria ricerca su educazione di qualità, solidarietà, rigenerazione, sostenibilità sociale e ambientale, apprendimento creativo. [7]

BIBLIOGRAFIA

[1] Italo Calvino, “Le città invisibili”, edizioni Mondadori 2022

[2] Antonio Massarutto, “Un mondo senza rifiuti? Viaggio nell’economia circolare”, Edizioni Il Mulino, 2019

[3] Marano Y. A., “La spoliazione degli edifici e il reimpiego di materiali da costruzione in età romana: le fonti giuridiche”, Grafiche Turato Edizioni, 2011

[4] Antonello Monsù Scolaro, “Progettare con l’esistente”, Ricerche di Tecnologia dell’architettura, Franco Angeli, 2017

[5] Fondazione Reggio Children – www.frchildren.org

[6] Remida – www.remida.org

[7] Comune RE – www.comune.re.it

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