Biografia

Serena Fornacchia, nata nel 1976, ha dedicato studi ed approfondimenti all’analisi delle politiche pubbliche in un confronto e contesto internazionale. Laureata in Economia presso l’Università Commerciale Luigi Bocconi di Milano, ha conseguito Il dottorato di Ricerca in Economia e Gestione delle Amministrazioni pubbliche all’Università di Roma “Tor Vergata” con approfondimento sulla euro progettazione. Ha collaborato attraverso attività di ricerca e docenza, con IFEL, JRC (commissione europea), ECDPM (European centre for Public Management), Università L. Bocconi, Università degli studi Ca’ Foscari di Venezia (strategie degli enti locali), Università degli Studi di Roma Tor Vergata (facoltà di Economia CEIS-Sanità, su Fondi europei in Sanità), Formez e con enti locali su temi di innovazione nella Pubblica amministrazione, nella Sanità e nei Servizi alla persona, sostenibilità e sviluppo territoriale. Oggi è membro del comitato scientifico di Rigenera ed è impegnata sul tema della conoscenza e formazione, come direttore operativo di Demetra Formazione. Già assessore alla città Internazionale del Comune di Reggio Emilia (2014-2019) con delega a Progettazione europea per le strategie di sviluppo, Città interculturale, per lunghi anni ha costruito una esperienza alla guida di partecipate municipali sui temi di sua competenza.


Ogni aspetto della vita quotidiana: le biciclette che usiamo, le case in cui viviamo, il cibo che mangiamo è collegato all’uso e consumo di risorse. La nostra vita, il nostro benessere, ruotano attorno a beni e servizi che, per essere prodotti, assorbono ed impiegano materie prime. Questa riflessione sottende a tre domande essenziali: come intendiamo il concetto di sviluppo? Cosa consumiamo e cosa immettiamo nel mondo ogni volta che trasformiamo beni primari per soddisfare i nostri bisogni? Come possono lo sviluppo ed il consumo concepirsi in armonia con il pianeta e la sua esistenza?

Al mondo permane un modello economico basato sull’iperconsumo e sulla linearità dei processi produttivi che associa il concetto di sviluppo alla capacità di accumulare beni e/o capitali oltre ai reali bisogni. I tre pilastri di questo sistema produttivo sono l’obsolescenza pianificata, l’uso del credito per favorire il consumo e il marketing per indurre i bisogni. Questa cultura alimenta la logica estrattiva della produzione lineare e porta a un consumo crescente delle materie prime del pianeta che oggi supera i 100 miliardi di tonnellate. Di queste solo il 7,2%  nel 2023 è stato reimpiegato. Oltre il 92% delle risorse consumate vanno a deperimento del capitale naturale del pianeta. L’indice di circolarità globale è sceso dal 9,1% nel 2019 al 7,2% nel 2023 indicando un peggioramento nella capacità di preservare le risorse naturali: la nostra capacità di recupero e riciclaggio non riesce a tenere il passo con tassi di consumo attuali.

La situazione dell’Italia rispetto all’economia dell’UE e globale risulta virtuosa, infatti il nostro paese  guida la classifica complessiva di circolarità tra le principali cinque economie dell’Unione Europea (Francia, Germania, Italia, Polonia e Spagna). Tra i sette indicatori (tasso di riciclo dei rifiuti/ tasso di utilizzo della materia proveniente dal riciclo/ produttività delle risorse /rapporto fra produzione dei rifiuti e consumo di materiali/ quota di energia da fonti rinnovabili sul consumo totale lordo di energia/ riparazione /consumo del suolo) l’Italia risulta al primo posto complessivamente con  buoni risultati (il tasso di utilizzo di materia proveniente dal riciclo  è al 18,4%, al di sopra della media dell’UE del 11,7%) anche se i dati sono in peggioramento rispetto agli anni precedenti. La composizione articolata dell’indicatore segnala come una soluzione univoca per passare ad uno sviluppo circolare non esista: occorre misurare diverse dimensioni, ed agire con politiche su più ambiti settoriali.

Nell’intento di disegnare traiettorie di cambiamento plurime sia il Rapporto sull’Economia Circolare Italiana che il Circularity Gap report della Circle Economy Foundation, pongono l’attenzione sui comportamenti di persone ed aziende nonchè sul sistema relazionale.  La pubblicazione nell’anno 2024 si concentra sulle relazioni sistemiche tra diverse policy guidate dal principio, sancito dalle Nazioni Unite nell’agenda 2030, del “Leave no one behind”.  Il consumo di risorse vergine potrebbe diminuire di oltre un terzo (- 34%) e le emissioni di gas serra potrebbero di conseguenza essere ridotte, contribuendo a limitare l’aumento della temperatura globale di 2 gradi se i governi riuscissero ad adottare politiche strategiche di cambiamento nella produzione e nel consumo. Questo riportando l’attenzione ad un nuovo concetto di sviluppo capace di collegarsi all’ innalzamento dell’indice di sviluppo umano e cambiando non solo pattern di consumo, ma anche comportamenti delle imprese nella produzione e nelle scelte di investimento, nonché investendo sulla formazione per accompagnare sia nuove sensibilità che nuove professionalità evitando che la transizione porti a nuove povertà.

La transizione verso l’economia circolare richiede un cambio di paradigma sostenuto da politiche pubbliche che promuovano equità sociale e sostenibilità. Molto è stato realizzato a livello di direttive e azioni in ambito comunitario dal 2022 ad oggi (si pensi al Piano d’azione dell’UE per l’economia circolare ed alle misure sull’ecodesign e prodotti sostenibili per citarne alcune) ma permangono sfide importanti collegate in particolare alle politiche industriali e fiscali capaci di indirizzare e determinare scelte di investimento delle imprese. Occorre disegnare un vantaggio economico per l’adozione di modelli circolari (ad esempio tassando le esternalità negative prodotte, ma anche favorendo investimenti radicali, R&D e processi di reingegnerizzazione dei prodotti…). Senza dubbio l’evoluzione tecnologica, unita ai sistemi di politiche fiscali e di sistemi di incentivazione che guidano verso l’economia circolare porteranno l’auspicata riduzione nell’estrazione di risorse.

Preme però sottolineare che, ancora una volta, la deriva tecnologica ed efficientistica, se non correttamente indirizzata in una relazione armonica con il pianeta e le persone e se non letta nel consumo di risorse che genera, rischia di andare a discapito del pianeta stesso. Si pensi ad esempio all’investimento in Intelligenza artificiale, elemento che sta semplificando processi e consente lo sviluppo di conoscenza. Gli effetti dell’impiego massivo di IA richiedono oggi risorse quali acqua ed energia di gran lunga superiori alla capacità di produzione che abbiamo come sistema globale. I data center degli Stati Uniti, che consentono ad internet di funzionare e che esistono da decenni, hanno aumentato la quantità di energia elettrica che assorbono a causa degli ultimi progressi tecnologici ( il grande centro  dati dell’azienda  Meta in Iowa consuma l’equivalente di sette milioni di computer attivi per otto ore al giorno, inoltre l’Agenzia internazionale per l’energia stima che  una ricerca su Chat GPT consumi dieci volte di più di una ricerca su Google). Questa impennata nei consumi collegati alla dipendenza e centralità dello sviluppo della grande capacità di elaborazione dati, oggi pare stia rallentando il processo di graduale dismissione di centrali elettriche dipendenti da combustibili fossili negli Stati uniti, poiché mancano valide soluzioni di produzione di energia sostenibile che si colleghino al rapido sviluppo.

L’invito è quindi di mantenere un’analisi sistemica del concetto di sviluppo e collegare le derive di efficienza e di iperproduzione ad un reale ed efficace bisogno della persona in uno sviluppo armonico, con un invito a leggere le dimensioni del progresso in una chiave interdisciplinare.

BIBLIOGRAFIA

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