Biografia

Anna Vittoria Zuliani, nata nel 1988, si è laureata presso il Dipartimento di Architettura dell’Università di Ferrara con una tesi in urbanistica, relatori arch. Etra Connie Occhialini (vice presidente dell’ILAUD) e arch. Gabriele Lelli. Ha collaborato con studi professionali in Italia e Regno Unito e attualmente si occupa di progettazione architettonica e di restauro. È curatrice di mostre, scrive di arte e architettura per testate nazionali specialistiche e affianca l’attività della ricerca a quella della progettazione.

Si può pensare allo spazio della soglia come ad un intervallo. Vi troviamo la corrispondenza tra due ambienti differenti, ma nessuna coincidenza. Superando la dicotomia tra esterno ed interno, lo spazio intermedio può divenire fulcro di connessione tridimensionale e non restare soltanto un vuoto tra pieni. In quanto punto di osservazione privilegiato tra spazio incluso e spazio escluso, la giusta definizione è quella di “intervallo”, in quanto spazio colmabile e quindi ricco di potenziale.

Nella casa all’italiana non vi è grande distinzione fra esterno e interno: altrove vi è addirittura separazione di forme e di materiali: da noi l’architettura di fuori penetra nell’interno, e non tralascia di usare nè la pietra nè gli intonaci nè l’affresco; essa nei vestiboli e nelle gallerie, nelle stanze e nelle scale, con archi, nicchie, volte e con colonne regola e ordina in spaziose misure gli ambienti della nostra vita. Dall’interno la casa all’italiana riesce all’aperto con i suoi portici e le sue terrazze, con le pergole e le verande, con le logge ed i balconi, le altane e i belvederi, invenzioni tutte confortevolissime per l’abitazione serena e tanto italiane che in ogni lingua sono chiamate con nomi di qui. [1]

Nel testo di Gio Ponti, pubblicato nell’editoriale del primo numero di Domus uscito nel 1928, vi è la descrizione di una compenetrazione tra interno ed esterno nelle case italiane. Non a caso caratteristica mediterranea per eccellenza è proprio la contaminazione: l’amalgama di culture, lingue, storie e popoli. L’energia sempre viva di questi spazi risiede nel dialogo, nell’accoglienza e nella possibilità di stringere relazioni tra porticati, corti, anfratti, giardini e loro innumerevoli declinazioni e composizioni. Vi è la descrizione di una natura dinamica e variabile dello spazio, che diviene esperienza complessa e ricchezza per chi lo attraversa. In questi spazi vi è l’intervallo, l’unione della dimensione privata e quella sociale e la ricchezza di entrambe.

Ugo La Pietra inventò poi nel 1977 lo slogan “Abitare è essere ovunque a casa propria” [2], e definì il senso dell’abitare non solo come appannaggio dello spazio privato ma anche come riappropriazione dello spazio pubblico. Alla fine degli anni Settanta condusse una ricerca mirata proprio al superamento del limite tra pubblico e privato: la strada fu rappresentata in quell’occasione come prolungamento dello spazio intercluso ed esternalizzazione della personalità degli abitanti. All’opposto, gli oggetti domestici che caratterizzavano inequivocabilmente gli interni italiani furono portati all’esterno, sulla facciata, alludendo ad un dialogo tra le parti, allo scambio e all’incontro.

Ugo La Pietra, Interno-Esterno, installazione alla Triennale di Milano, 1979

Nel 1999 il MoMA-Museum of Modern Art di New York dedicò all’evoluzione dell’abitare una mostra: “The Un-Private House” [3] Il curatore Terence Riley analizzò in quell’occasione le due polarità, privata e non privata delle case, che rappresentavano rispettivamente lo spazio chiuso dell’interiorità, e quello trasparente, aperto e di scambio dell’esteriorità. In contrapposizione alla visione precedente di casa come rifugio e isolamento dal mondo esterno, alla fine del ventesimo secolo emerse un nuovo confronto tra privato e pubblico grazie alla tecnologia e ai media sempre più diffusi.

Lo stesso diritto alla privacy cambiò radicalmente. In quell’occasione i progetti esposti sancirono una forte rottura rispetto al passato, come Curtain Wall House di Shigeru Ban, la cui pelle era costituita da vetri trasparenti e grandi tende. La casa, coperta solo da veli fluttuanti, si spalancava all’esterno e si mostrava nuda. In quegli anni anche la composizione delle famiglie cambiò, i dati evidenziarono la presenza di un numero sempre maggiore di coppie senza figli e nuclei composti da una sola persona. Il risultato in architettura fu la diffusione del modello loft, aperto e flessibile, con l’abbandono dei tradizionali spazi rigidi e isolati, necessari e funzionali alla presenza di bambini. Alla fine del secolo scorso inoltre già venti milioni di americani usavano le proprie case come spazi di lavoro; la mostra analizzò anche l’impatto che ebbe l’introduzione di questa nuova funzione nell’ambiente domestico. [4]

Si potrebbero citare numerose altre ricerche, quelle descritte rivelano però sinteticamente un fenomeno continuo di ricerca, trasformazione e adattamento dello spazio abitato alle esigenze contemporanee e alla mutata relazione nel tempo tra dimensione privata e dimensione pubblica. Appare necessaria una riflessione su uno spazio che possa accogliere entrambe le esigenze simultaneamente, per ridefinire il legame in continuità tra spazio famigliare e collettivo. Così la soglia, identificata come linea bidimensionale di passaggio tra due opposti, ha occasione di ampliarsi e assumere le caratteristiche di un ambiente tridimensionale, definendosi come luogo di scambio e punto di vista in apertura verso il mondo. Lo possiamo immaginare come una finestra di comunicazione: un nuovo luogo di scambio, relazione, dialogo tra le parti. Per natura, è ambiente che apre all’incertezza e che prepara all’incontro con la diversità. In architettura può essere occasione di ricomposizione e di ricucitura degli spazi in sequenza, non più intervallo ma spazio vivo dotato di interiorità.

La ricerca contemporanea in materia di abitare ha il dovere di concentrarsi proprio sulla permeabilità dei limiti dell’abitazione e delle sue funzioni, sulla sua apertura ai flussi e agli scambi, sulla sua capacità di aprirsi alla contaminazione; “forse l’abitante contemporaneo non deve tanto diventare esteriorizzato, o nomadico, quanto trovare una casa che non sia più semplicemente un interno, ma neanche un puro esterno. Vivere ora è in qualche modo occupare lo spazio fra interno ed esterno, abitare la soglia” [5]

L’approfondimento progettuale della “soglia” consentirebbe una lettura sequenziale dello spazio non più interrotto, ma le cui parti risultano complementari. Ragionando sul senso dello spazio intermedio mi piace pensare al mondo di fuori che si insinua negli anfratti dell’abitato e nelle pieghe residue delle strutture urbane, e così facendo ne arricchisce l’esperienza. Così lo spazio tra interno ed esterno da intervallo diviene sequenza che riconnette due entità opposte che prima separava come una pausa. Assume quindi un ruolo determinante: non più statico ma dinamico, è fusione tra mondo esterno ed interno in continuo mutamento, luogo di adattamento e di accoglienza, spazio abitabile e non di demarcazione. È l’interstizio grazie al quale sono soddisfatte le due polarità, il desiderio di vita individuale e la necessità di contatto con la collettività e con il sistema aperto esterno, che ci nutre di stimoli. Per natura è destinato a mutare nel tempo, adattandosi ai cambiamenti che investono i due fronti che ricongiunge.

Gli spazi-soglia sono oggi ricchi di interesse progettuale, ponti tra il luogo sicuro rappresentato dall’interno domestico e il mondo aperto attraente e stimolante. Luoghi concreti e non virtuali di vicinanza o distanza, le soglie sono necessarie membrane permeabili tra spazio interno ed esterno, che si confondono, si uniscono e aprono la dimensione privata ad infinite possibilità di contatto ed interpretazioni del sistema collettivo. Lo spazio intermedio è custode delle relazioni umane e della continuità spaziale, posto sicuro e rassicurante ma aperto.

BIBLIOGRAFIA

[1]Ponti Gio, La casa all’italiana, Domus, vol. 1, 1928, p. 7

[2] La Pietra Ugo, Interno/Esterno. Abitare è essere ovunque a casa propria, 1977-2013. Corraini, Mantova, 2014

[3] Riley Terence, The un-private house, New York, The Museum of Modern Art: Distributed by H.N.Abrams (https://www.moma.org/documents/moma_catalogue_192_300105961.pdf), 1999

[4] il testo riprende alcune esperienze citate da Michela Bassanelli nel saggio Interno|esterno: lo spazio soglia come nuovo luogo della domesticità, pubblicato su BDC 15 Università degli Studi di Napoli Federico II 2, 2015

[5] Teyssot Georges, Le cose perturbanti e nomadiche, Area 79+ (supplemento), 2005

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