Biografia

Andrea Rinaldi, Architetto, professore aggregato in Composizione Architettonica e Urbana presso il Dipartimento di Architettura dell’Università di Ferrara. Nel 2001 fonda il Laboratorio di Architettura, struttura di progetti e ricerche nel campo della progettazione architettonica con il quale ha conseguito numerosi premi in concorsi di architettura È autore e curatore di volumi, di articoli in volumi e di numerosi articoli in riviste di settore, partecipa a convegni, workshop, corsi e conferenze in qualità di relatore. E’ Presidente dell’Ordine Architetti PPC di Reggio Emilia.

Il modo in cui pensiamo al futuro ha inizio sempre da un passato. Il patrimonio obsoleto che oggi caratterizza le nostre città rende difficoltose e onerose le trasformazioni. La progettazione rigenerativa deve attivarsi negli ambiti più vulnerabili, dove gli edifici necessitano prioritariamente di una riqualificazione funzionale e tecnologica, con la consapevolezza che è fondamentale associare la rigenerazione degli alloggi allo sviluppo di comunità. Il primo passo è concepire l’abitare come un servizio: ripensare, rigenerare, riusare gli edifici e gli spazi per creare nuovi luoghi adatti a garantire un adeguato livello di vita al maggior numero di persone. L’utente non acquista un bene ma una prestazione, la responsabilità rimane in capo all’imprenditore che cede il servizio richiesto. In questo modo è nell’interesse dell’imprenditore che lo spazio costruito duri il più a lungo possibile, che sia progettato per essere aggiornato con minime spese, che sia capace di soddisfare le possibili future necessità, che sia composto con elementi riusabili per elevare il valore residuo al momento del disassemblaggio e che possa cambiare secondo le esigenze degli utenti.

La casa di domani: l’abitare come servizio.

Perché dobbiamo cambiare il modo di pensare all’abitare

La casa, versione evoluta della caverna e della capanna, esiste da sempre per la ragione specifica di isolarsi dal mondo circostante. Uno spazio che doveva separare l’uomo dagli animali feroci, dai nemici, dalla pioggia, dal vento, dal freddo e dal caldo. La casa è pertanto principalmente un rifugio, in cui isolarsi dal mondo esterno.

La prima rivoluzione industriale, con la macchina a vapore, e la seconda, con l’elettricità, modificarono talmente l’intero sistema economico e produttivo, che obbligarono a ripensare i modi di vita e con essi gli spazi di vita. Ognuna di queste innovazioni tecnologiche generò, tuttavia, trasformazioni relativamente lente e quindi piuttosto stabili nel tempo. La scomparsa dei vecchi modelli di vita fu integrata da nuove pratiche e metodi che migliorarono sensibilmente la qualità di vita e dell’abitare, mantenendo una stretta connessione tra il mondo economico ed il soddisfacimento delle esigenze.

La terza rivoluzione industriale, quella digitale, ci porterà a una velocità inimmaginabile verso realtà che al momento riusciamo solo a ipotizzare: la velocità e il dinamismo che la trasformazione digitale ha creato hanno rimpiazzato la staticità a cui l’abitare, il dimorare, il risiedere hanno sempre rimandato.Il modo con cui pensiamo l’abitare gli edifici, i quartieri e le città, è, pertanto, obsoleto, impermeabile ai rapidi cambiamenti in atto. Il paesaggio urbano è il principale responsabile dell’impatto della specie umana sul pianeta e se vogliamo essere efficaci nelle scelte da qui a domani, è proprio lì che è urgente mettere mano. Le città, infatti, non sono solo i luoghi dell’abitare, bensì dei potenti dispositivi creativi «per attivare il diverso presente ed esplorare il futuro possibile» (Carta M., 2021, p. 19).

La casa non potrà essere considerata solo cosa privata pensata come rifugio dell’uomo ma anche e soprattutto come cosa pubblica, che condiziona l’equilibrio del pianeta Terra. Il pianeta Terra è un sistema chiuso, definito, limitato, dove tutto è legato e nulla funziona autonomamente. Perchè rimanga in equilibrio non è sufficiente puntare sull’efficienza degli edifici, capaci di consumare meno energia o di produrla: non è più il tempo dei piccoli cambiamenti, degli adeguamenti normativi o degli emendamenti al modello fin qui sviluppato. Non ci si può accontentare della sostenibilità che mira a fare meno peggio, ma ambire a fare meglio, costruire un cambiamento capace di generare qualcosa di nuovo e diverso, essere efficaci e non solo efficienti.

Serve cambiare le regole del gioco

Ripensare il rapporto degli edifici con gli ecosistemi naturali, riprogettare le relazioni tra spazi domestici e luoghi pubblici, mobilità e sistemi produttivi, per città salubri, sicure, rigenerate: il tutto implica pensare agli edifici,  non come beni ma come servizi, per imparare a  ‘fare con’ ciò che abbiamo a disposizione. I cambiamenti dovranno fare i conti con ciò che abbiamo a disposizione per ripensare un futuro possibile. Vittorio Gregotti lo chiama «il possibile necessario», inteso come sostanza strutturale di ogni progetto di architettura (Gregotti V., 2014).

L’investimento da fare non è solo sulla dimensione individuale ma su quella collettiva, e il principio del ‘fare con’ conduce direttamente alla possibilità, per tutti, di giungere ad una economia capace di rigenerare i sistemi naturali e di redistribuire le risorse, consentendo ad ognuno di vivere in modo dignitoso, equo, sicuro.

L’abitare, nella cultura occidentale, è inteso come un bene.

La casa è definita, non a caso, ‘bene immobile’ ed è strettamente legata al concetto di proprietà. Proprietà che diventa privata quando la casa è gestita da singoli proprietari o strutture commerciali, o pubblica quando la stessa gestione è riservata all’amministrazione pubblica e, di solito, riservata alle categorie meno abbienti. Anche se in affitto, la casa è pur sempre un bene, tutelato dalle leggi dello stato.

Per cambiare le regole del gioco e incrementare l’innovazione, l’abitare deve essere pensato come un servizio. Un servizio per le persone, un servizio per il pianeta. Un bene è statico, un servizio è dinamico. L’abitare come servizio vuol dire che l’utente non acquista un bene ma una prestazione, che la responsabilità rimane in capo al produttore che cede il servizio richiesto. L’abitare, quindi, viene interpretata come un “servizio abitativo” che si può modificare a seconda delle esigenze degli utenti. Si cambia quando si va a studiare lontano dalla propria residenza, si cambia al variare del nucleo familiare, si cambia quando si cambia lavoro e ci si sposta in un’altra regione, si cambia per stare più vicini a conoscenti o servizi pubblici di particolare interesse. La rigenerazione urbana e sociale sarà, pertanto, il territorio di lavoro per l’architettura di domani.

Ripensare, rigenerare, riusare gli edifici e gli spazi della città per creare nuovi luoghi e spazi adatti a garantire un adeguato livello di vita alla maggior quantità di persone: la città di domani sarà sensibilmente diversa da quella attuale. Kate Raworth teorizza un nuovo equilibrio economico atto ad attenuare le disuguaglianze: si tratta della cosiddetta Doughnut Economics, letteralmente l’economia della ciambella, chiamata così per via della metafora con cui viene rappresentata.

È l’immagine di una corona circolare, una ciambella con il buco, che viene determinata e in un certo senso ‘compressa’ da ciò che sta all’esterno ma anche al suo interno. Chi vive nel buco ha meno di ciò di cui ha bisogno, mentre chi vive fuori dell’anello ha più di ciò che necessita, ed è all’origine del sovrasfruttamento del pianeta, col risultato di definire una sorta di percorso circolare, piuttosto stretto, che rappresenta lo spazio di possibilità all’interno del quale pensare e costruire un equilibrio e una società diversa.

L’ obiettivo è di assicurare alle persone questo spazio intermedio nella ciambella, tra ciò che è giusto a livello umano e ciò che è equilibrato per il pianeta, dove ci sta ciò che è necessario per condurre una esistenza dignitosa. (Raworth K., 2017).

Come può l’abitare essere armonico come una ciambella? Come può la progettazione contribuire a rendere obsoleto il sistema attuale del consumo e costruirne uno nuovo?

Si immagini di prendere la linea retta dell’attuale sistema economico e di piegarla fino a trasformarla in un cerchio. Si avrà un sistema che funziona in maniera simile ai cicli della natura, un’economia che si rigenera dalle materie prime già utilizzate. In un sistema ciclico non esiste il concetto di rifiuto, che è tipico di una cultura lineare. I prodotti vengono progettati secondo sistemi per durare di più, essere smontati facilmente e rigenerati. Gli scarti sono ridotti al minimo e i rifiuti acquisiscono un nuovo valore e trasformati in risorse per produrre altri beni, prolungando il ciclo di vita. Alla proprietà esclusiva dei prodotti si sostituisce il loro uso: ecco come l’architettura può essere intesa come un servizio all’uomo. Questo principio può essere sintetizzato in tre punti.

Primo. Assumere il fatto che la proprietà comporta una responsabilità. Quando acquistiamo una casa per abitarci ci carichiamo della responsabilità di gestione, manutenzione e smaltimento dello stesso bene. È evidente che il produttore/costruttore non ha interesse a innovare in questi settori perché non competono più a lui, ma all’utente. I costruttori trasferiscono così ‘problemi organizzati’ (Rau T., Oberhauser S., 2019) agli utenti, che li risolvono investendo ingenti somme nella gestione e manutenzione o acquistando altri ‘problemi organizzati’: è questo il nocciolo del modello dei ricavi di un’economia lineare. La responsabilità deve rimanere in capo al costruttore/produttore/ imprenditore, che deve pensare ad una progettazione rigenerativa dove i rifiuti non sono più uno scarto, tetti verdi su cui cresce il cibo e che catturano l’energia, edifici che sequestrano gli agenti inquinanti, smart grid e comunità energetiche che scambiano energia, pavimenti che assorbono l’acqua, il mezzo giusto per ogni distanza di mobilità.

Secondo. Pensare allo scarto come valore. Quando ricicliamo, si recupera solo una frazione del materiale primario: un processo chiamato down cycling, una dequalificazione del rifiuto. Una correzione dell’economia lineare, che è come curare i sintomi di una malattia piuttosto che le cause. Nessun edificio dovrebbe essere costruito senza pensare in anticipo a come recuperare o riusare i materiali. L’edificio deve essere progettato come una banca, una banca di materiali, custoditi in attesa di essere riutilizzati. che a questo punto acquisiscono un nuovo valore, reale o percepito: un processo definito upcycling. Pensare come i cicli della natura, coltivare la natura umana a partire dai sistemi semplici per favorire una nuova armonia nel quadro dell’equilibrio del pianeta: chiudere il cerchio e farlo girare. Dobbiamo ricalibrare la prosperità basandosi sul funzionamento degli ecosistemi e su quello che effettivamente possono rigenerare  (Raworth K., 2017). Per pensare alla casa come una banca di materiale serve cambiare le modalità di pianificazione,  progettazione e costruzione dell’abitare  (Rau T., Oberhauser S., 2019).

Terzo. Cambiare l’idea di abitare. Quando si pensa all’abitare si parte dagli spazi e dalla funzione che la cultura architettonica del passato gli ha attribuito: il soggiorno, la cucina, il bagno, la camera da letto, il corridoio, e così via. Spazi che condizionano in modo determinante il progetto della casa e le possibilità di innovazione dovuti anche ad una forte inerzia culturale (Ferri G., Scandurra A., 2023). Inerzia culturale in netto contrasto con i cambiamenti rapidissimi in corso nella società contemporanea, capaci di modificare irreversibilmente anche i modi abitare. Partire dagli ambiti invece che dagli spazi permette di esplorare l’abitare in modo diverso: con i comportamenti possibili in un ambito, la capacità di associarli a sensazioni diverse, e le caratteristiche spaziali dell’ambito. Lo spazio si dissocia dalla funzione.

Pensare all’abitare come servizio consente di spostare il principio non tanto sulla sua commerciabilità futura e quindi aderente a certi standard, bensì sulla effettiva possibilità di generare cambiamenti continui.

Bibliografia

Carta M., (2021), Città Aumentate – Dieci gesti barriera per il futuro, Il Margine, Trento

Cheshire D., (2016), Building revolutions-Appling the circular economy to the build environment, RIBA Publishing, Newcastle upon Tyne

Ferri G., Scandurra A., (2023), Casa Rebus, Lettera Ventidue, Siracusa

Gregotti V., (1991), Dentro l’architettura, Bollati Boringhieri, Torino

Gregotti V., (2014), Il possibile necessario, Bompiani, Torino

McDonough W., Braungart M., (2003), Dalla culla alla culla, Blu Edizioni, Torino

Rau T., Oberhuber S., (2019), Material matters-L’importanza della materia. Un’alternativa al sovrasfruttamento, Edizioni Ambiente, Milano

Raworth K., (2017) L’economia della ciambella, Edizioni Ambiente, Milano

Rinaldi A., (2018) Domani, Maggioli Editore, Rimini