Biografia

Andrea Rinaldi, Architetto, professore aggregato in Composizione Architettonica e Urbana presso il Dipartimento di Architettura dell’Università di Ferrara. Nel 2001 fonda il Laboratorio di Architettura, struttura di progetti e ricerche nel campo della progettazione architettonica con il quale ha conseguito numerosi premi in concorsi di architettura È autore e curatore di volumi, di articoli in volumi e di numerosi articoli in riviste di settore, partecipa a convegni, workshop, corsi e conferenze in qualità di relatore. E’ Presidente dell’Ordine Architetti PPC di Reggio Emilia.


Non è più il tempo dei piccoli cambiamenti

Ogni giorno in Italia si sottraggono più di diciassette ettari di terreno vergine per infrastrutture e urbanizzazioni[1], secondo l’IPPC rischiamo di veder aumentare alla fine del XXI secolo la temperatura media del pianeta anche di 5 gradi[2]; nel 2021 la concentrazione in atmosfera di biossido di carbonio ha raggiunto la cifra di 416 ppm[3], 2,4 miliardi di persone si aggiungeranno, secondo recenti stime ONU, all’attuale popolazione mondiale nei prossimi quarant’anni, passando dai 7,5 miliardi del 2012 ai 9,6 previsti per il 2050 e di queste il 68%, più di due terzi, vivrà in città rendendo l’urbanizzazione una delle condizioni più trasformative del terzo millennio[4]. Si tratta di una trasformazione senza precedenti nella storia dell’homo sapiens, considerando che l’umanità ha impiegato millenni per arrivare ai cinque miliardi di persone nel 1987 e in soli sessantatré anni si prevede il raddoppio degli abitanti: «L’arena più intensa dell’innovazione è la città, a patto che essa riattivi la sua capacità co-generatrice di conoscenza e creatività» [1]


[1] cfr. Munafò, M. (a cura di), 2022. Consumo di suolo, dinamiche territoriali e servizi ecosistemici. Edizione 2022. Report SNPA 32/22

[2] cfr. Report IPCC (International Panel of Climate Change), 2022, www.ipcc.ch

[3] cfr. Report ISPI 02 novembre 2021, www.ispionline.it

[4] La previsione di crescita della popolazione mondiale è del World Population Prospects 2018, un rapporto delle Nazioni Unite che include informazioni e statistiche su 233 Paesi del mondo. La Revisione 2018 di World Population Prospects è la ventiseiesima della stima ufficiale della popolazione. I principali risultati sono presentati in una serie di files visualizzando indicatori demografici per ogni gruppo di sviluppo, gruppo di reddito, regione, subregione e paese o zona per periodi selezionati o date nel periodo 1950-2100. Si può consultare alla pagina web https://esa.un.org/unpd/wpp/.

Il modello di città che abbiamo costruito nei decenni precedenti è ormai inadeguato ai nuovi modi di vita, alla salvaguardia del pianeta e di conseguenza dello stesso genere umano: dovremo fare di meglio se vogliamo evitare un progressivo peggioramento. Non è più il tempo dei piccoli cambiamenti, degli adeguamenti normativi o degli emendamenti al modello fin qui sviluppato: sono misure che si limitano a curare i sintomi e quindi a ottimizzare l’attuale sistema economico lineare.

Perchè il pianeta Terra rimanga in equilibrio non è sufficiente puntare sull’efficienza degli edifici, capaci di consumare meno energia o di produrla. E‘ necessario superare il concetto di sostenibilità, intesa come atto volto a limitare i danni, a correggere il sistema attuale, per costruire un cambiamento capace di generare qualcosa di nuovo e diverso, essere efficaci e non solo efficienti: non puntare a “fare meno peggio” ma ambire a “fare meglio”.

“Per cambiare qualcosa bisogna costruire un nuovo modello che renda obsoleto quello attuale”, amava ripetere Buckminster Fuller, uno dei più grandi visionari del secolo scorso.  L’investimento che occorre fare non è solo sulla dimensione individuale ma su quella collettiva.

Come riuscire a fare meglio? Con l’idea di una “progettazione per strati”, individuati dal progettista e riconoscibili dall’utente, semplici, componibili, intercambiabili. [2]

Fig.  1 – DOMANI- Prototipo abitativo sperimentale (primo premio Ecoluoghi 2017-2018)  – Concept di progetto © 2018, Laboratorio di Architettura Architetti Associati (www.labarch.it)

Progettazione per strati

Una progettazione per strati presuppone che pensiamo al progetto in funzione del suo assemblaggio di componenti e successivo disassemblaggio: pensare pertanto a componenti che possono essere costruiti off-site e successivamente montati in cantiere. Un processo off-site permette di rendere rapido il processo di costruzione, lavorare in un ambiente chiuso e controllato su cui il clima non ha incidenza, progettare con esattezza, riducendo gli errori e la produzione di materiali di scarto.

Una progettazione per strati può trasformare l’architettura da sistema immutabile e lineare in sistema semplice, adattabile, economicamente circolare, pensato come la natura. Dalla culla alla culla invece che dalla culla alla tomba. Utilizzare componenti che possono ritornare nel ciclo produttivo, per costruire edifici che, come alberi, possano rigenerarsi più volte prima di terminare la loro vita.[3]

Una progettazione per strati pensa lo spazio costruito in modo che gli strati al termine della loro vita utile possano essere facilmente smontati per essere utilizzati nel ciclo successivo. Gli strati acquistano, pertanto, un duplice ruolo: soddisfano le necessità temporanee dell’abitante e dall’altro fungono da deposito di materie prime per l’imprenditore, che avrà tutto l’interesse a recuperarle.

Una progettazione per strati coniuga l’efficacia delle scelte di (ri)composizione architettonica e spaziale con l’efficienza delle scelte di riuso dei componenti. Una durabilità dei materiali e dei componenti per rendere il loro ciclo di vita il più lungo possibile, ma anche durabilità del linguaggio architettonico per non essere sostituito prima del termine.

Una progettazione a strati è pensata per durare.

Il processo economico lineare presuppone quella che Serge Latouche definisce come “obsolescenza programmata”, per sostenere un redditizio modello di ricavi: il prodotto come problema organizzato che si sostituisce con frequenza.[4] Serve fare in modo che sia interesse dei produttori e degli investitori che l’edificio duri il più a lungo possibile, con costi di manutenzione e di gestione ridotti, perché ciò ne aumenta considerevolmente il valore commerciale. La durata è sinonimo di qualità. Qualità dei materiali utilizzati e di come sono stati composti: non tutti i materiali hanno la medesima durata e se la progettazione separa e definisce gli strati, ne permette la sostituzione in tempi differenti senza la completa demolizione dell’edificio. Ma anche, e soprattutto, qualità del linguaggio architettonico, capace di durare nel tempo perché riconosciuto come identità caratterizzante il paesaggio urbano.

Una progettazione a strati è pensata per cambiare

I cambiamenti avvengono a ritmi esponenziali cambiando radicalmente i modi di vita delle persone, le innovazioni dovute alla ricerca si affacciano sul mercato con frequenze sempre più rapide, rendendo l’architettura così come la pensiamo oggi non più adeguata a soddisfare nuove necessità. Se è nell’interesse dell’investitore che l’edificio duri il più a lungo possibile, la sua progettazione rigenerativa sarà pensata per poter essere cambiata in modo semplice per adeguarsi a nuove condizioni, cambiamenti, esigenze. Per essere espliciti, pensare all’edificio come un software. Contrariamente all’hardware che ha limitatissime possibilità di variazione senza stravolgere il sistema o addirittura a sostituirlo, il software può essere facilmente aggiornato per soddisfare nuove potenzialità. Una progettazione rigenerativa, che pensa alla possibilità di cambiare alcuni elementi per soddisfare nuove necessità, consente di fruire di uno spazio per abitare più efficiente e più efficace, oltre prolungare anche la durata dell’architettura rendendola adeguata ai cambiamenti.

Una progettazione a strati è pensata per vivere

Cultura della necessità e cultura dei desideri sono su due piani differenti: la moda concentra il suo obiettivo tutto sul secondo aspetto, inducendo dei desideri legati a processi emotivi per poi sostituirli rapidamente con altri per incrementare i ricavi: se una cosa è “passata di moda” si rende necessario cambiarla perchè non più in linea con i desideri indotti. In questo modo il prodotto diventa fine a se stesso. Il progetto di architettura contemporanea sta pericolosamente trasformando la cultura della necessità in cultura dei desideri: si inducono bisogni indipendenti dalle necessità, che  passano di moda rapidamente e vengono prontamente sostituiti da altri bisogni. L’abitare diventa il modo con cui far capire chi siamo da ciò che abbiamo: si seguono le mode per essere accettati con il proprio status e l’architettura diventa fine a sé stessa. Pensare all’abitare come dimensione per vivere, dove ciò che abbiamo non è più predominante rispetto alla qualità della vita che quello spazio ci può offrire, rappresenta il primo  passo per una progettazione rigenerativa dell’architettura della città non come un bene ma come un servizio alle persone, per il loro benessere, per le loro necessità, un mezzo per vivere in modo pieno la propria vita.

Fig.  2– DOMANI- Prototipo abitativo sperimentale (primo premio Ecoluoghi 2017-2018)  Viste del progetto in esposizione © 2018, Laboratorio di Architettura Architetti Associati (www.labarch.it)

In una progettazione a strati ogni strato è una risposta a una necessità, ha una sua durata nel tempo, ha una sua incidenza economica. 

Primo. La struttura. La struttura deve essere progettata per garantire la massima flessibilità d’uso anche per diverse funzioni ed è lo strato con la durata massima: rappresenta  l’invariante, che dura fino alla completa dismissione dell’edificio. I materiali che si utilizzano nella struttura possono essere recuperabili così come sono per altre attività (upcycling), o riciclabili (downcycling). In un’ottica di architettura a bassi costi la struttura può essere lo strato meno innovativo e più rispondente alle logiche costruttive.

Terzo. Gli impianti. Lo strato impiantistico sarà composto da un sistema modulare che ne consente l’aggiornamento, per renderlo più efficiente nel momento in cui nuovi componenti tecnologici arriveranno sul mercato: la rapida evoluzione a cui saranno sottoposte le innovazioni nel futuro renderanno facilmente obsoleti dal punto di vista tecnico i componenti impiantistici. Inoltre, pensando a prestazioni energeticamente sempre più performanti, si dovrà rivedere il sistema edificio/impianto pensando sistemi sempre più low, che comportano meno costi di gestione e manutenzione.

Secondo. Il guscio. L’involucro potrà essere sostituito per cambiare l’immagine architettonica dell’edificio, quando nuovi materiali potranno garantire performance energetiche o biologiche superiori, o quando i materiali avranno raggiunto la fine del loro ciclo di vita. Rappresenta l’identità dell’edificio e la sua intercambiabilità è determinante per la durata complessiva oltre al miglioramento di prestazioni energetiche, di tenuta all’aria, di benessere.

Quarto. Lo spazio. Le partizioni interne che definiscono gli ambienti devono essere pensate per essere modificabili, come elementi modulari, così come le finiture interne, la luce in funzione degli aggiornamenti tecnologici, gli arredi per  nuove esigenze, devono essere intercambiabili o aggiornabili. È lo strato modificabile per eccellenza, capace di modificare gli spazi di vita nel caso di aumento o diminuzione degli abitanti, di soddisfare nuove necessità, di integrare spazi prima separati

Questo è un esempio di possibili strati, da definire al momento del progetto e in funzione dello stato di avanzamento tecnologico, delle necessità degli utenti, delle condizioni economiche e finanziarie. Una metodologia che può essere attuata fin da ora, anche per piccole porzioni dell’edificio, nell’ottica di una progettazione rigenerativa della città contemporanea.

Fig.  3– Resource Rows- Nomination for Mies van der Rohe Award 2022, 2020, Lendager group (www.lendager.com). Un concetto significativo e innovativo è quello di riutilizzare le facciate in mattoni di strutture abbandonate nel nuovo edificio, risparmiando fino al 29% di CO2 riciclando solo il 10% di tutti i materiali da costruzione

Fig.  4– HQ for Alliander, 2015, Rau Architekten (www.rau.eu). L’81% dei materiali di questa sede proviene dai cinque edifici precedentemente occupati da Liander. Quella era la miniera di materiale, mentre questo edificio è un deposito di materiali.

Bibliografia

[1] Carta M, Futuro. Politiche per un diverso presente, Rubbettino, Soveria Mannelli, 2019

[2] Cheshire D., Building revolutions-Appling the circular economy to the build environment, RIBA Publishing, Newcastle upon Tyne, 2016

[3] McDonough, M.Braungart, Dalla culla alla culla, Blu Edizioni, Torino, 2003

[4] Latouche S., Usa e getta – Le follie dell’obsolescenza programmata, Bollati Boringhieri, Torino, 2012

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